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	<title>PALLONI GONFIATI &#8211; GianLucaCampagna.eu</title>
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	<description>Attività e libri di Gian Luca Campagna</description>
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	<title>PALLONI GONFIATI &#8211; GianLucaCampagna.eu</title>
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		<title>Perugia, Barcellona e Messi: la sconfitta tra vergogna e manichini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2020 17:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PALLONI GONFIATI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Soldi, sesso, amore. E calcio. Sono loro che suscitano passioni violente, estreme, negli esseri umani. Esaltazioni, delusioni e così reazioni scomposte vengono determinate da un rigore fallito, da una diagonale uscita male, da una decisione arbitrale discutibile. Così, alla vigilia di Ferragosto sul filo di quest’estate anomala che rievoca Mondiali di calcio seppure senza il...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Soldi, sesso, amore. E calcio. Sono loro che suscitano passioni violente, estreme, negli esseri umani. Esaltazioni, delusioni e così reazioni scomposte vengono determinate da un rigore fallito, da una diagonale uscita male, da una decisione arbitrale discutibile. Così, alla vigilia di <strong>Ferragosto sul filo di quest’estate anomala che rievoca Mondiali di calcio seppure senza il Brasile</strong>, ecco che due club con le proprie tifoserie vivono il medesimo dramma sportivo anche se siamo su latitudini differenti. Abbiamo il Perugia del pescarese Oddo che si gioca la permanenza in serie B contro il Pescara in un Curi vuoto e diafano da stadio di periferia del mondo, quasi in un <strong>clima da torneo aziendale, mentre il Barcellona di Messi gioca i quarti di finale di Champions League in uno stadio vero come il Da Luz</strong> di Lisbona, quello del Benfica per intenderci, ma sempre vuoto, da clima distopico e post-apocalittico, viste le sue 65mila poltroncine desolatamente vuote.</p>
<p>Il Barcellona subisce la più grande umiliazione della sua storia subendo un 8-2 ad opera della macchina cinica e perfetta Bayern Monaco (anche la Roma ne sa qualcosa…), un risultato da torneo da cortile, di quelli fatti da partite che finiscono a oltranza, fin quando il sole non dice ciao durante i pomeriggi d’agosto. I giornali spagnoli e catalani non sono abituati a Caporetto del genere, già la sconfitta non fa parte del Dna azulgrana, <strong>figuriamoci un 8-2 che somiglia più alle dieci palline del calciobalilla di un bar di Sant Andreu:</strong> la Marca titola un eloquente ‘Verguenza’ mentre Sport s’affida a ‘Humilaciòn historica’, mentre la tifoseria più accesa s’incendia con argomenti con urla tipo ‘fuera mercenarios’ che non necessita di traduzioni.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-1212" src="https://www.gianlucacampagna.eu/wp-content/uploads/2020/08/MESSI-300x188.png" alt="" width="300" height="188" srcset="https://www.gianlucacampagna.eu/wp-content/uploads/2020/08/MESSI-300x188.png 300w, https://www.gianlucacampagna.eu/wp-content/uploads/2020/08/MESSI-768x480.png 768w, https://www.gianlucacampagna.eu/wp-content/uploads/2020/08/MESSI.png 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Più verace il clima di contestazione che si respira in provincia, dove la distanza (e il distanziamento sociale) si azzera. Il Perugia vince 2-1 contro il Pescara, o meglio impatta il risultato dell&#8217;andata per non retrocedere in seire C, così sono necessari i maledetti calci di rigore, che arridono agli abruzzesi. A Perugia, al di là degli scherni e delle lamentele degli ultras avvenuti come in ogni zona calciofila, si passa alle minacce fisiche e dirette: <strong>quattro manichini, di cui tre con la casacca del Grifone,</strong> già da ieri notte penzolavano dal cavalcavia della zona di San Sisto. I vaffanculo fanno parte delle regole del gioco e anche del costo del biglietto oltre che del pulsante del cuore del tifoso, ma le derive macabre no, quelle non sono ammesse.</p>
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		<title>Un caffè con Eduardo Galeano, che ha raccontato gli umili del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2020 05:03:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PALLONI GONFIATI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ricordo del grande scrittore e giornalista uruguagio Eduardo Galeano, a 5 anni dalla sua scomparsa, appassionato di storia, politica e calcio. “Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”. Me lo immagino così Eduardo Galeano, con le gambe...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Il ricordo del grande scrittore e giornalista uruguagio Eduardo Galeano, a 5 anni dalla sua scomparsa, appassionato di storia, politica e calcio.</h3>
<p>“Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”. Me lo immagino così Eduardo Galeano, con le gambe distese sotto un tavolo del <em>Cafè Brasilero </em>a Montevideo, un cafè con leche y una medialuna, poi un Toscano incassato tra le labbra in perfetto equilibrio mentre racconta storie impossibili.</p>
<p>Già, impossibili per noi &#8216;occidentali&#8217; o &#8216;europei&#8217; o &#8216;yankees&#8217; o &#8216;gringos&#8217;. Poi, nel momento in cui vai <strong>in SudAmerica scopri che esiste un continente che è un altrove letterario</strong>, colmo di contraddizioni, di storie vere che sembrano uscite dai romanzi e di romanzi che ricalcano fedelmente storie reali. E sì, perché in SudAmerica le storie ti sbattono addosso, è sufficiente che cammini per un&#8217;avenida o una rambla e ti imbatti in personaggi e vicende che credi fantasiose.</p>
<p>A Montevideo il tempo sembra essersi fermato ai tempi della dittatura costituzionale (avete letto bene&#8230;), quando il potere militare manovrava il parlamento. Nell&#8217;autunno che entra la capitale dell&#8217;Uruguay appare un amore nostalgico, con ricordi fissati su pagine ingiallite. <strong>A Eduardo Galeano forse non gli piacerebbe l’Uruguay di questo momento</strong>. No, non è solo per il campionato di calcio sospeso, ma è per i diritti dei più deboli che vengono ciancicati dall’indifferenza, soprattutto in un momento in cui il più fragile è ancora più indifeso e il più ricco è tutelato. Il Covid-19 non fa sconti a nessuno, ricchi e poveri, umili e arroganti, ma intanto nella guerra del tempo se ne va chi è più esposto. In nome della pandemia il governo ha chiuso le frontiere ma ha serrato anche il cuore per paura del contagio, sono lontani i giorni della presidenza di Pepe Mujica, <strong>oggi comanda il Partito Nazionalista del presidente Louis Alberto Lacalle Pou</strong>, con le sole associazioni di volontariato a provvedere all’esercito di disperati.</p>
<p>Eduardo Galeano, giornalista e scrittore uruguagio, è scomparso il 13 aprile del 2015, quando eravamo in pieno aC (che non sta per ante Christum ma per ante Covid-19) e in un momento come questo avrebbe continuato a lanciare anatemi sul consumismo sfrenato che aveva colpito il sistema economico e si sarebbe seriamente preoccupato dei campionati di calcio sospesi, perché va ricordato che tra le cose più frivole il calcio è la cosa più seria. Ma poi avrebbe denunciato le storture, le contraddizioni, le ingiustizie del mondo.</p>
<p>Passo indietro. <strong>Chi è Eduardo Galeano? Ho scritto chi è seppure è morto 5 anni fa.</strong> Nel senso è presente tra di noi perché ci ha lasciato delle eredità testamentarie uniche.  In un momento di incertezza come questo, in un momento in cui pare che la sabbia della clessidra scorra più lentamente, in un mondo che si prepara a cedersi alla voluttà porcina di oligarchi senza scrupoli rileggere alcuni suoi capolavori ci arricchisce. Vi consiglio per chi ama il calcio e la vita <em>&#8216;Splendori e miserie del gioco del calcio&#8217;</em>, un libro che è uno spaccato sociale e politico che come un pendolo abbraccia lo sport più popolare del mondo. E poi immergetevi nella lettura <em>&#8216;Le vene aperte dell&#8217;America Latina&#8217;</em>, un saggio storico in cui Galeano cerca di fornire risposte sul perché una terra così ricca sia invece così ostaggio delle multinazionali occidentali, e <em>&#8216;Memoria del fuoco&#8217;</em>, un viaggio nella storia di tutta l&#8217;America con le sue facce e le sue maschere. Giornalista e scrittore, è fuggito dall&#8217;Uruguay quando i militari presero il potere con un colpo di Stato, rifugiò in Argentina, da dove scappò nel 1976 quando salì a governare la junta militare di Videla, riparando in Spagna. Tornò poi in Uruguay nel 1985, quando la dittatura militare aveva terminato il suo ciclo.</p>
<p>Lui che ha sempre amato la verità, che ha odiato il contrasto perenne tra libertà e giustizia, che ha combattuto con la penna le dittature fantoccio del centro e sud America quando erano spinte, sollecitate e architettate dalla Cia e dalle multinazionali, se n’è andato il 13 aprile 2015 per un bastardo cancro ai polmoni, dopo averli ostinatamente e deliberatamente masturbati con catrame e nicotina. Ancora:</p>
<blockquote>
<h3>“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese”. Ineguagliabile.</h3>
</blockquote>
<p>Era nato a Montevideo Eduardo German Hughes Galeano nel 1940, aveva il pallone nel sangue, ma era assurto alle cronache letterarie (e non solo) mondiali nel ’71 quando pubblicò <em>Le vene aperte dell’America Latina</em>, un classico sulla tragedia di quei luoghi d’incanto, sfruttati ignobilmente dalle Repubbliche delle Banane (sintesi della <em>United Fruit</em>, antenata della <em>Chiquita</em>) per arricchire un Occidente opulento (e imperialista) che invece di sostenere il fratello minore lo soccorre senza aiutarlo a crescere. Siamo nati e cresciuti nell’Italia del boom, degli aiuti economici alle zone depresse del Centrosud, dell’Italia stretta nella morsa del Terrorismo, del sospetto dello Stato parallelo, dei depistaggi e dei segreti stipati in un archivio senza fine, delle eterne ecomafie dei colletti bianchi, siamo nati e cresciuti nel e col mito degli yuppies e degli anni ’80, del consumismo e della borghesia che spinge sulla scala sociale ma poi quando conosci il Sud del mondo, se hai un cuore e pulsi di emozione, non puoi non abbracciarlo, condividerlo, amarlo, inspirando un percorso al contrario, confessando prima sottovoce poi al megafono che la tua ricchezza non può dipendere dall’altrui povertà.</p>
<p>Se Galeano, con straordinario coraggio, aveva naturalmente odiato le dittature che impoverivano il proprio popolo e per cui ha rischiato la vita vivendo in esilio, allo stesso tempo aveva <strong>aspramente criticato quelle congetture utopistiche della sinistra, tacciandola, nel suo spirito visionario, di non aggiornarsi al mondo che evolve</strong>. È il suo predicare le ragioni degli altri che si può crescere, capire, sconfessare, questo è dannatamente e semplicemente vero.</p>
<blockquote>
<h3>“È così, solo comprendendo le ragioni degli altri, soprattutto gli infelici, che forse si realizza un mondo migliore”. Pensieri che collimano con quelli di un altro grande filosofo uruguagio, ex guerrigliero Tupamaro, che è diventato di recente presidente della Repubblica, José Mujica.</h3>
</blockquote>
<p>Ecco di Galeano ho sempre amato quel candore, quella sana ingenuità che sta alla base (solida) di chi è un visionario reale e imparziale, obiettivo fino alla morte, nel segno di una coerenza che ancora sfugge alle più potenti alcove della cultura (letteraria) italiota. L’ho conosciuto, come tutti, nelle interviste sui quotidiani e sui libri, su quel libro che è diventato uno status per chi ama il fùtbol (e non football), quel <em>Splendori e miserie del gioco del calcio </em>che ti riconcilia con lo sport più bello del mondo, oggi invaso e dilaniato da conti segreti e pastette. Con quel libro tra le mani capisci che sei come giochi al calcio, che un Paese è tale, che il calcio è linguaggio universale e uno straordinario veicolo di socializzazione utilizzato talvolta subdolamente come consenso delle masse (vedi Fascismo e dittature latine, tra cui il vergognoso Mundial di Argentina 78 o la farsa del Mundialito in Uruguay del 1980). Galeano ha raccontato il calcio degli umili e dei poveri, dei Varela e dei poeti maledetti, regalandoci pagine indelebili di pedatori misconosciuti e altri assurti all’Olimpo, con un’ironia e un sarcasmo irraggiungibili.</p>
<p>La prossima volta guarderò fuori dalla finestra del Cafè Brasilero, mi immergerò nei colori della Ciudad Vieja, sorseggerò cafè con leche y una medialuna, e continueremo la nostra chiacchierata.</p>
<p>¡adiós, mi amigo!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="5fH9wDcuac"><p><a href="https://www.gianlucacampagna.eu/lautocertificazione-caporetto-e-la-burocrazia-non-ci-insegnano-nulla/">L&#8217;autocertificazione, Caporetto e la burocrazia non ci insegnano nulla</a></p></blockquote>
<p><iframe title="&#8220;L&#8217;autocertificazione, Caporetto e la burocrazia non ci insegnano nulla&#8221; &#8212; GianLucaCampagna.eu" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" style="position: absolute; clip: rect(1px, 1px, 1px, 1px);" src="https://www.gianlucacampagna.eu/lautocertificazione-caporetto-e-la-burocrazia-non-ci-insegnano-nulla/embed/#?secret=5fH9wDcuac" data-secret="5fH9wDcuac" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>L&#8217;italiana Lazio batte la Juventus d&#8217;Arabia in nome dei diritti umani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2019 11:23:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PALLONI GONFIATI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho sempre tifato per le squadre italiane nelle competizioni internazionali. È un vecchio difetto di fabbrica che mi porto dietro da ragazzino: prima l&#8217;Italia e gli italiani, un concetto che ho confinato sempre e solo nel calcio, mia vecchia passione che continuo a lasciare nella franchigia delle emozioni inspiegabili. Da fervente tifoso romanista quando assisto...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho sempre tifato per le squadre italiane nelle competizioni internazionali. È un vecchio difetto di fabbrica che mi porto dietro da ragazzino: prima l&#8217;Italia e gli italiani, un concetto che ho confinato sempre e solo nel calcio, mia vecchia passione che continuo a lasciare nella franchigia delle emozioni inspiegabili.<br />
Da fervente tifoso romanista quando assisto a partite di campionato tra Lazio e Juventus prego ogni divinità per l&#8217;imponderabile: rissa tra i giocatori, invasione di campo delle opposte tifoserie e, dulcis in fundo, il giudice sportivo che commina lo 0-3 a entrambe le squadre più una penalizzazione da scontare tramite i servizi sociali. Chiaro che è un&#8217;utopia da appassionato del fùtbol (alla sudamericana) che si è nutrito nel tempo di avventure iperboliche e impossibili di narratori latinoamericani. Così mi è capitato di assistere alla finale di SuperCoppa italiana tifando spudoratamente Lazio, poichè gli aquilotti affrontavano una squadra araba. Infatti, non riuscivo a riconoscere i giocatori della Juventus, marchiati con idioma arabo sulla maglia. Torniamo seri per un momento. Ingenui di tutto lo Stivale rilassatevi, non è un modo per far penetrare il calcio -straordinario veicolo di fratellanza- in un Paese che non ha mai sposato questo sport, ma è stato un modo per racimolare fior di quattrini in nome del marketing. E l&#8217;intuizione ci sta. Però. C&#8217;è un però.<br />
E senza intenti polemici (ehm&#8230;), cerchiamo di spiegare anche l&#8217;ipocrisia che invade il mondo del pallone italiano. Per la seconda volta consecutiva la Supercoppa italiana si gioca in Arabia Saudita (Juve-Milan si disputò a Gedda a gennaio), nel totale delle tre decise tra Lega di serie A e l&#8217;autorità sportiva saudita da disputare nel quinquennio 2018-2023 per 7,5 milioni a edizione. Va sottolineato che i calciatori italiani, la Figc, la Lega, il Coni si battono per i diritti umani e civili, ce lo ricordano giustamente in ogni momento, talvolta anche scadendo nel ridicolo (vedi le polemiche pretestuose per il titolo sul Corriere dello sport &#8216;Black Friday&#8217; dedicato al match Inter-Roma), si macchiano gli zigomi per sensibilizzarci contro la violenza sulle donne, si pitturano la faccia di nero per contrastare il razzismo, si detergono i lobi delle orecchie di azzurro cobalto per difendere il mare dall&#8217;invasione della plastica, poi però si piegano al colore dei petrodollari in nome di un&#8217;Arabia Saudita che calpesta i diritti umani a ogni passo. Certo, qualche timida spinta in avanti per il match tra Lazio e Juventus è stato fatto, infatti l&#8217;intercessione della Lega di A ha permesso alle donne, che in Arabia non godono totalmente dei diritti civili, di assistere alla finale.<br />
Resta il fatto che uno Stato che macella un intellettuale oppositore non è un Paese che tutela i diritti, ricordando il giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi che venne ucciso e fatto a pezzi nel consolato saudita in Turchia nell&#8217;ottobre 2018. Italia unico Paese occidentale progredito ad accettare soldi macchiati di sangue? La Spagna, che spesso fa la morale, sta seguendo la stessa scia: la Supercoppa spagnola accontenterà il regime saudita, così le vincitrici di campionato e coppa nazionale si contenderanno il trofeo nel deserto, match che si estenderà anche in una grottesca finale di consolazione tra la squadra che è arrivata seconda in Liga e quella sconfitta nella finale della Coppa del Re. Del resto, la Spagna non è la prima volta che avalla regimi dittatoriali ferocissimi: nel novembre 2013 le Furie Rosse, sul tetto dell&#8217;Europa nel 2008 e nel 2012 nonchè su quello del mondo nel 2010, giocarono una vergognosa amichevole nella Guinea Equatoriale di Teodoro Obiang. </p>
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		<title>Sergio Tavčar ci racconta lo sport nel conflitto balcanico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2019 12:40:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ha senso ancora oggi parlare di confini quando con un touch e un clik siamo dall’altra parte del mondo? Alla fine troviamo la risposta in uno degli aspetti più affascinanti della globalizzazione, e cioè che i limiti forse sono soltanto dentro di noi. Aspetto, questo, inevitabile per comprendere meglio il conflitto balcanico. La guerra nata...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ha senso ancora oggi parlare di confini quando con un touch e un clik siamo dall’altra parte del mondo? Alla fine troviamo la risposta in uno degli aspetti più affascinanti della globalizzazione, e cioè che i limiti forse sono soltanto dentro di noi. Aspetto, questo, inevitabile per comprendere meglio il conflitto balcanico. La guerra nata durante la disgregazione della Jugoslavia viene affrontata con la consueta oggettività di pensiero che dovrebbe spettare a ogni giornalista, e Sergio Tavčar, passaporto da uomo di frontiera e quindi gitano di indole per comprendere con l’occhio dell’imparzialità i fatti che accadono e si rincorrono, ripercorre con lucida linearità ne ‘Lo sport e il confine del mondo’ (ed. Mattioli, pp 110, euro 10) quel conflitto nel cuore di un’Europa distante, assonnata e, a distanza di anni, sempre più colpevole.<br />
Sgomberiamo il campo dagli equivoci. Sergio è di origine, carattere ed estrazione slovena, ma ha passaporto italiano, essendo nato a Trieste, ha lavorato una vita come giornalista e inviato per Capodistria, l’emittente televisiva che odorava di straniero, quasi esotico, per chi s’affacciava al tubo catodico sbirciando ‘cose’ che avvenivano al di là dell’Adriatico, in quella zona cuscinetto tra ‘cortina di ferro’ e Nato.<br />
Le letture con le interpretazioni dei fatti tramite lo sport restano le più godibili, perché, si sa, lo sport che è aggregante per definizione tende a essere un eccezionale termometro della società. Riesce a manifestare con anticipo quello che accade in un microcosmo, perché ne coltiva e ne macera gli animi. Espellendoli a volte con violenza, come accaduto negli anni ’90 nell’ex Stato retto da Tito. Ecco, Sergio Tavčar, pur senza volerne fare un saggio che riavvolge il tragico nastro della memoria, ci consegna un libro diviso tra diario, pamphlet e vademecum per rinfrescare i ricordi, arricchiti da riflessioni e aneddoti personali. Abbasso il politically correct che va tanto di moda oggi, evviva quelle omologazioni –senza toni offensivi, intendiamoci- che accorciano la comprensibilità delle etnie: se si va dalla frase dialettale “Tasi ti, che te son italian!” sottolineando la distinzione tra ‘triestin, furlan e talian’, relegandoci a un ultimo posto che a Trieste ha un profondo significato, arriviamo anche a comprendere meglio l’esplosività di team sportivi unici per capacità tecniche, caratteriali e atletiche. Nel basket e nel calcio, la Jugoslavia è sempre stata una squadra di autentici marziani, perché formata dai lavoratori sloveni, geniali croati e farfalloni serbi, un mix micidiale che straccia primati nell’universo. Tavčar tra politica, costume e società, abbraccia la materia che sa raccontare meglio, lo sport. Così in quello spaccato drammatico che vivono i popoli tenuti uniti da Tito, ecco affiorare il ricordo dell’incontro tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado del 13 maggio 1990, con autentica guerriglia fuori e dentro il campo tra le opposte (violentissime) tifoserie, ma qui Tavčar va chiaramente oltre, leggendo nelle pieghe degli eventi accaduti quel potere profetico riconosciuto allo sport. I prodromi della guerra? Prima, ammette Sergio, trovate nelle divisioni ideologiche e comportamentali tra colleghi durante il Mondiale di basket in Spagna nel 1986. Poi, stralci da laurea ad honorem sono quelli che abbracciano la descrizione di come gli sportivi balcanici eccellendo nel gioco di squadra con la palla abbiano come finalità ultima quella di ridicolizzare l’avversario, forse per umiliarlo forse per dimostrare la sua superba superiorità, mostrando un certo ‘funambolismo irridente’ unico. Certo, c’è la guerra, e qui affiorano le nostalgie per la Sarajevo multiculturale e multietnica, oggi ricordo sbiadito; c’è il monte Trebevic, quello degli snajper; c’è l’indifferenza dei vicini di casa, soprattutto.<br />
Godibile anche l’apertura e la chiusura del giornalista Marco Ballestracci, ‘uomo di frontiera’ anche lui, che ammette con quel candore e pudicizia di chi è innocente che noi italiani -e occidentali- abbiamo sempre guardato a Est con una certa diffidenza, nata per ragioni storiche al di là delle affinità mediterranee con alcuni popoli di quei territori.<br />
Personalmente, pur ammettendo senza ipocrisia a posteriori le stesse (colpevoli) diffidenze di Ballestracci, ho sempre guardato con incantato stupore quella spavalderia intrisa di eccelsa tecnica che campioni come Drazen Petrovic sciorinavano con estrema naturalezza in campo, al pari di fuoriclasse calcistici come Stojkovic e Prosinecki, autentici maniaci del dribbling. Quello è sport, è gioia di vivere, di confronto, di competitività, di socializzare, probabilmente anche ‘uno strumento d’identità’, come scrive Sergio. Poi, ci sono le tragedie di Sarajevo, Mostar, Vukovar, Srebrenica. Quelle sono vergogne. E appartengono a tutti.</p>
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		<title>Black Friday, l&#8217;ipocrisia dei benpensanti rovinerà il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2019 08:35:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Black Friday. Omioddio. Ma che razzisti quelli de Il Corriere dello Sport! Quando leggi certe reazioni rispetto a un titolo giornalistico che rispetta le regole del giornalismo e lo arricchisce resti basito. Arriveremo in casa altrui a sederci su un divano o su una poltrona a seconda del nostro sesso, non discriminando le vocali finali...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Black Friday. Omioddio. Ma che razzisti quelli de Il Corriere dello Sport! Quando leggi certe reazioni rispetto a un titolo giornalistico che rispetta le regole del giornalismo e lo arricchisce resti basito. Arriveremo in casa altrui a sederci su un divano o su una poltrona a seconda del nostro sesso,  non discriminando le vocali finali che contano anche per gli oggetti. Ancora: abbiamo da tempo cessato di indicare la raccolta delle batterie terminate con la dicitura &#8216;pile esauste&#8217; e non &#8216;pile esaurite&#8217;, come se il termine esaurito indicasse una malattia allo stato terminale del sistema nervoso di una batteria, tant&#8217;è che s&#8217;erano ribellati gli stessi sindacati Duracell &#038; affini per quel tipo di nome che non rispettava le convenzioni di Ginevra. Così le pile le abbiamo appellate &#8216;esauste&#8217;, come se fossero degli esseri umani veri, spossati, stanchi.<br />
Proviamo a tornare seri, il fatto è noto: il Corriere dello Sport ha titolato &#8216;Black Friday&#8217; in prima pagina l&#8217;incontro di venerdì 6 dicembre tra Inter e Roma risaltando anche la sfida nella sfida tra Lukaku e Smalling, neri (sì, sono neri, ma è una caratteristica) ed ex compagni nel Manchester United, un gioco di parole abbondantemente spiegato -ma perchè, andava spiegato?!- già nei catenacci della testata sportiva. L&#8217;avesse mai fatto Ivan Zazzaroni, a cui va tutta la solidarietà di persone che non si lasciano influenzare dalle mode e dalle tendenze di chi ormai punta il dito e magari non agisce per cambiare le regole discriminatorie del suo microcosmo. Come ci indigniamo, questo sì, contro i cori razzisti nei confronti di Balotelli dovremmo anche obiettare invece di assistere passivamente quando il giudice sportivo squalifica per un turno Omar Daffe, portiere dell&#8217;Agazzanese (campionato dell&#8217;Eccellenza emiliana), che a fine novembre offeso dai cori dei tifosi avversari della Bagnolese aveva lasciato polemicamente il campo, così l&#8217;arbitro lo aveva espulso, poi squalificato per un turno dal giudice sportivo. Ah, non è finita: Daffe è stato accompagnato, nel senso più pieno del termine, da tutti i compagni di squadra, che hanno lasciato il campo per solidarietà, partita sospesa e l’Agazzanese ha perso la partita a tavolino e penalizzata in classifica di 1 punto. Se questa non è ipocrisia.<br />
Ah, ciliegina sulla torta, addirittura i club Roma e Inter hanno sospeso i cronisti del quotidiano fino a fine anno.<br />
Così in modo grottesco assistiamo nel mondo del calcio a una levata di scudi nei confronti di quei razzisti dei giornalisti del Corriere dello Sport. Ridicolo. E ipocrita. Amici benpensanti, alzate la voce quando Figc e Lega sottoscrivono accordi con l&#8217;Arabia Saudita per far disputare le finali di SuperCoppa italiana lì dove i diritti umani vengono calpestati e valgono più dei petrodollari che vengono sganciati da emiri e califfi.<br />
La replica del direttore Zazzaroni va riportata integralmente. “Piattaforme digitali? Direi pattumiere. Truccate da rancori nobili. Sdegno a buon mercato. Un bel pensiero al giorno toglie il medico di torno. Eserciti di benpensanti di questi tempi affollano il web per tingersi di bianco le loro anime belle. Individuato il razzista di turno, vai, due colpi alla tastiera e via la macchia, ti senti un uomo migliore in un mondo migliore. Bianchi, neri, gialli. Negare la differenza è il tipico macroscopico inciampo del razzismo degli anti razzismi. La suburra mentale dei moralisti della domenica, quando anche giovedì è domenica. “Black Friday”, per chi vuole e può capirlo, era ed è solo l’elogio della differenza, l’orgoglio della differenza, la ricchezza magnifica della differenza. Se non lo capisci è perché non ce la fai o perché ci fai. Un titolo innocente viene trasformato in veleno da chi il veleno ce l’ha dentro”.<br />
Sottoscrivo.</p>
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		<title>Bernardo Silva e Mendy, tweet razzista per il politicamente corretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2019 21:10:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il politicamente corretto ci seppellirà. Col suo perbenismo e la sua ipocrisia. Questo ci insegna il caso di Bernardo Silva e Mendy, compagni di squadra nel Manchester City, dove il primo è stato dichiarato colpevole di un tweet razzista dalla Federcalcio inglese. Se vanno stigmatizzati gli insulti razzisti ai giocatori neri come è triste tendenza...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il politicamente corretto ci seppellirà. Col suo perbenismo e la sua ipocrisia. Questo ci insegna il caso di Bernardo Silva e Mendy, compagni di squadra nel Manchester City, dove il primo è stato dichiarato colpevole di un tweet razzista dalla Federcalcio inglese.</p>
<p>Se vanno stigmatizzati gli insulti razzisti ai giocatori neri come è triste tendenza negli stadi l’ago della bussola rischia davvero di smarrirsi anche quando fioriscono gli sfottò, che non sono sarcastici ma hanno un chiaro contenuto goliardico e giammai lontanamente offensivo. Non è un caso che in Italia ormai si rispettano anche le pile, non più da dichiararsi esaurite ma esauste, perché il primo è un termine offensivo (per chi? per le batterie???!!!).</p>
<p>E, come la vita ci insegna, i casi esistono perché questi vanno analizzati caso per caso, così avviene che la Federcalcio inglese punisce il portoghese Bernardo Silva, stella del Manchester City, per aver scherzato sul colored Benjamin Mendy, suo compagno di squadra, paragonandolo a un cioccolatino, coguitos, scrivendoci sopra su un tweet ‘Indovina chi è?’. Un gioco tra compagni di squadra tant’è che Mendy, sorpreso dall’amico che aveva scovato una sua foto di quando era uno splendido putto, aveva risposto con ‘1-0 per te’. Così, la Federcalcio inglese invece di trovare i veri razzisti che si nascondono sulle tribune degli stadi ha sgranato gli occhi per la sorpresa di vedersi servire su un piatto d’argento un chiaro ‘colpevole’ e di comminare una sanzione esemplare, accontentando ‘chiunque altro era rimasto offeso da quel messaggio, pur apparendo chiaro che tra i due incorre amicizia e fosse uno scherzo’: ancora, se fosse stato un messaggio privato (?!) sarebbe passato inosservato (ma veramente?!), dato che era pubblico l’atteggiamento del giudice sportivo è stato da ciglio torquemadesco. Infatti, la sentenza ha disposto per Silva 58mila euro di multa, una giornata di squalifica più settimane di lavori socialmente utili. Certo, Mendy ha inoltrato anche una lettera alla Federazione per discolpare il compagno-amico, ma il censore è rimasto sordo. Ma che necessitasse di una tac lo sospettavamo già dal verdetto…</p>
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		<title>Picci, una vita da bomber cacciato di casa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Nov 2019 12:28:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Un’intervista e una rovesciata ti cambiano la vita. Ne sa qualcosa Antonio Picci, centravanti 34enne della Vigor Trani (Eccellenza pugliese), che il 25 ottobre ha ribaltato il Gallipoli con una doppietta ma soprattutto con una prodezza balistica degna di Van Basten. Ma quello che oggi diventa virale nella Rete è l’intervista nel dopopartita, dove...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Un’intervista e una rovesciata ti cambiano la vita. Ne sa qualcosa <strong>Antonio Picci</strong>, centravanti 34enne della Vigor Trani (Eccellenza pugliese), che il 25 ottobre ha ribaltato il Gallipoli con una doppietta ma soprattutto con una prodezza balistica degna di Van Basten. Ma quello che oggi diventa virale nella Rete è l’intervista nel dopopartita, dove l’attaccante con chiara inflessione barese con rincorsa ciarliera dichiara “…Ad agosto non mi voleva nemmeno mia madre a casa mia, ora sono in doppia cifra…”. Figlio di un calcio che trita e che a volte non concede doppi passaggi, Picci dopo un rapido passaggio a Brescia in B quattro stagioni fa, si prende la sua rivincita con un’intervista che somiglia più a uno sfogo, “Nessuno mi voleva e ora sono già a doppia cifra. Sono il più forte? Sì. Sono presuntuoso? È la mia forza”. Parole che oscillano tra frustrazione, disillusione, amarezza, nostalgia, occasioni mancate e sprecate, riscatti e consapevolezza di essere figlio di un calcio minore, dove però la gioia oggi è regalata da questi straordinari strumenti di moltiplicazione digitale, che looppano dichiarazioni genuine e gol da cineteca, oltre le sue esultanze condite da balletti latini isterici. Ecco, la rete: è una rovesciata straordinaria, è figlia di un errore tecnico come direbbe Arrigo Sacchi o figliastra di gesti tecnici impeccabili tirati fuori da un infuocato Boca-River? Le immagini parlano chiaro. E regalano a tutti, calciatori e non, sempre una seconda -e terza- opportunità nella vita.</p>
<p><iframe title="ECCELLENZA | Trani, Picci: &quot;Ad agosto non mi voleva nemmeno mia madre, ora sono in doppia cifra&quot;" width="640" height="360" src="https://www.youtube.com/embed/hr6J1KLem54?start=21&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="ECCELLENZA | VIGOR TRANI - GALLIPOLI 2-1" width="640" height="360" src="https://www.youtube.com/embed/j3PdIWB5yEY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>La guerra del Fùtbol tra El Salvador e Honduras</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2019 05:16:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 30 ottobre del 1980 El Salvador e Honduras firmarono un trattato di pace per chiudere la disputa sui confini combattuta nella cosiddetta Guerra del calcio del 1969 davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Avete letto bene. La Guerra del calcio. Ma andiamo con ordine. Una Guerra del calcio vera c’è stata, quindi, al di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 30 ottobre del 1980 El Salvador e Honduras firmarono un trattato di pace per chiudere la disputa sui confini combattuta nella cosiddetta Guerra del calcio del 1969 davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Avete letto bene. La Guerra del calcio. Ma andiamo con ordine.<br />
Una Guerra del calcio vera c’è stata, quindi, al di là dei propositi di battaglia urlati da allenatori e giocatori ala vigilia di match sportivamente importanti. Spesso i calciatori per enfasi quando vogliono caricare l’ambiente la sparano grossa: “sarà una battaglia” ululano digrignando i denti. Pensare che c’è stata per davvero. Quella guerra (mica scherzavo) che Honduras e El Salvador combatterono per 4 lunghi giorni, dal 14 al 18 luglio 1969. Lo so, molti di voi s’aspettavano che citassi la guerra tra Argentina e Inghilterra per il possesso delle Malvinas/Falkland. Nient’affatto, quella ce la ricordiamo tutti sia per la mano di Dio con cui Maradona irrise i leoni di Sua Maestà, sia perché parliamo di due nazioni comunque sulla bocca di tutti. Così per 4 giorni i due piccoli Stati centramericani si dichiararono guerra per una partita di calcio. Non è una battuta, ragazzi. Il giornalista polacco Ryszard Kapuściński nel suo saggio ‘La prima guerra del football e altre guerre di poveri’ passa in rassegna questa triste vicenda bollandola con una frase che ha fatto storia. «I due governi sono rimasti soddisfatti della guerra, perché per qualche giorno Honduras e Salvador hanno riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e suscitato l’interesse dell’opinione pubblica internazionale. I piccoli stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Strano ma vero», così ebbe a dire/scrivere. Vabbè, direte voi, ma quale fu il casus belli? Mi ripeterò: una partita di calcio. Certo, le vere motivazioni della Guerra del Fútbol non vanno ritrovate in una partita di pallone (siamo proprio sicuri?) ma nelle relazioni socioeconomiche dei due Paesi. El Salvador si lamentava dell’assenza di uno sbocco adeguato sull’Atlantico rivendicando anche maggiore spazio sulla fascia costiera pacifica; non solo: in quegli anni la politica commerciale degli Usa, che appoggiava le dittature dei due Paesi e di gran parte degli altri Paesi latinoamericani per il pericolo rosso, si concentrò sullo sviluppo delle piantagioni di banane, convogliando però maggiori investimenti laddove già esistevano aree idonee, favorendo così i territori salvadoregni. El Salvador divenne nel breve un paese densamente popolato, creando sì benessere ma anche disoccupazione per l’eccedente manodopera agricola. Il governo di Fidel Sánchez Hernández così, per evitare sommosse, chiese aiuto all’Honduras, che non aveva certo manodopera qualificata e aveva vaste aree depresse non coltivate, anche per via di una politica miope del dittatore Oswaldo López Arellan. Fu così che nel 1967 intere famiglie di campesiños salvadoregni transitarono liberamente nella vicina Honduras, fino ad arrivare a 300.000 anime. Facile immaginare le tensioni sociali che si crearono: i salvadoregni invasero le terre degli honduregni, se ne appropriarono fino a quando il Ministero dell’Agricoltura decise nell’aprile 1969 di confiscare le terre ed espellere tutti coloro che avessero in Honduras proprietà terriere senza però possedere la natività nel Paese, contravvenendo anche a una convenzione internazionale stipulata con El Salvador. Ricevere 300mila profughi più poveri di quando erano partiti portò quasi al collasso il sistema salvadoregno. In questo clima di rapporti tesi il caso volle che si giocasse tra le due Nazionali la semifinale per accedere ai Campionati del Mondo in Messico, che si sarebbero disputati l’estate del 1970. Il match d’andata si giocò l’8 giugno 1969 all’Estadio Nacional di Tegucigalpa. La vigilia per la squadra salvadoregna fu da incubo: nella notte la squadra non riposò affatto per il frastuono dei tifosi honduregni, poi durante il tragitto allo stadio furono squarciate le gomme al pullman e in campo il clima definirlo intimidatorio è tutt’oggi considerato un eufemismo, tant’è che gli ospiti capitolarono a un minuto dalla fine. In Salvador, una diciottenne, Amelia Bolanos, sconvolta per la sconfitta dei suoi beniamini, si sparò un colpo al cuore. Lo sdegno dell’opinione pubblica salvadoregna salì fino in cielo, con la ragazza elevata a martire e la concessione dei funerali di Stato. Insomma, un clima per nulla amichevole attendeva a San Salvador la nazionale honduregna il 15 giugno.<br />
La notte prima della partita l’hotel che ospitava la squadra avversaria fu preso d’assalto con una fitta sassaiola. In un clima infuocato poche ore prima del match i componenti della formazione honduregna furono scortati all’interno dei carri armati. Sugli spalti dell’Estadio de la Flor Blanca il clima era incandescente: gli incoscienti che avevano seguito la propria squadra furono aggrediti e si contarono due morti, centinaia di auto bruciate e decine di feriti. Pensare che l’Honduras giocasse quella partita è come mettere in campo undici poppanti pronti ad affrontare il Brasile di Pelè: El Salvador risolse la pratica già nel primo tempo rifilandogli tre reti, accreditandosi alla bella in campo neutro. Così le squadre si affrontarono il 27 giugno allo stadio Azteca di Città del Messico. Sembrò che i due Paesi dovessero risolvere le loro beghe sociali con una partita di calcio, tanta fu la partecipazione delle tifoserie che si riversarono in Messico. In uno stadio blindato da oltre 5.000 agenti di polizia le tifoserie vennero lo stesso in contatto, prima e durante la partita, un match decisamente aspro e grintoso, che vide la vittoria finale del Salvador ai supplementari per 3-2. Poi, al fischio finale si scatenò la guerriglia urbana per le strade di Città del Messico.<br />
Alle 17.50 del 14 luglio 1969 l’esercito salvadoregno, senza alcuna dichiarazione di guerra, invase i confini honduregni, per tutelare i propri cittadini e i confini nazionali. L’aviazione salvadoregna invase i cieli dell’Honduras, bombardando, mentre l’esercito oltrepassò il confine penetrando con facilità per la netta superiorità militare, palesando anche i suoi reali obiettivi: impossessarsi di uno sbocco sull’Oceano Atlantico occupando il Golfo di Fonseca. La reazione honduregna fu affidata all’aviazione che colpì le aree industriali e i rifornimenti salvadoregni. A quel punto però intervenne l’Organizzazione dei paesi americani e ordinò il 18 luglio il cessate il fuoco, che non evitò comunque 6mila morti.</p>
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		<title>I gay, il machismo e l’outing di Elena Linari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Oct 2019 14:02:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PALLONI GONFIATI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Ciao, mi chiamo Pablo, ho 45 anni, sono ingegnere, sono astemio, mi piace il sushi, sono felice e sono gay”. “Piacere, sono Josè Cavalcanti, ho 42 anni, sono detective privato i giorni pari e provato i giorni dispari, soprattutto quando fuori dal mio ufficio c’è una lunga fila di donne pronte a farsi sedurre. Ah,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Ciao, mi chiamo Pablo, ho 45 anni, sono ingegnere, sono astemio, mi piace il sushi, sono felice e sono gay”.</p>
<p>“Piacere, sono Josè Cavalcanti, ho 42 anni, sono detective privato i giorni pari e provato i giorni dispari, soprattutto quando fuori dal mio ufficio c’è una lunga fila di donne pronte a farsi sedurre. Ah, sono un alcolizzato non pentito”.</p>
<p>Mi spiego, al di là del corrosivo sarcasmo di Josè Cavalcanti, investigatore privato/provato di Buenos Aires, talvolta diventa un’ostentazione dichiarare il proprio orientamento sessuale. E in questo senso le dichiarazioni di Elena Linari, difensore della Nazionale di calcio (e non scrivo femminile perché lo trovo discriminante, altrimenti se cito Ciro Immobile dovrei specificare che fa parte della rosa azzurra maschile…), sono chiare. Privatamente vivo come voglio. E brava Elena, anche perché nella sua sfera privata agisce liberamente e le sue scelte sono inalienabili. È un’intervista sfogo quella della calciatrice, che dice una grande verità: “Non è col dichiararsi gay che possiamo attirare l’attenzione sul calcio femminile, se è così… beh, allora abbiamo sbagliato veramente tutto”. Esatto. Brava ancor di più. L’attenzione del pubblico nella fattispecie la procuri giocando un buon calcio e inventando campagne di marketing. Vivere la propria libertà sessuale deve appartenere alla spontaneità, accettata, quindi, in quanto tale. Poi, che dobbiamo ancora lavorare tutti contro l&#8217;omofobia è un altro dato reale.</p>
<p>È un po’ come se quando ci presentassimo a un nuovo interlocutore elencassimo anche il nostro personale orientamento religioso, politico e, perché no, calcistico. “Ciao, sono Josè Cavalcanti, sono detective, cattolico simpatizzante scettico, di comprovata fede del Boca Juniors e sono un esponente delle SS, cioè un seduttore seriale di ginecei”. Vivere la propria inclinazione sessuale è un’azione che abbraccia la sfera della libertà personale, sottolinearla con un vigore ostentato che talvolta sa di provocazione e sventolandola come un vessillo è un chiaro segnale lanciato per raccogliere commenti e animare dibattiti. Sviando, però, l’attenzione.</p>
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		<title>Farsa tra le due Corea, zero spettatori e nessuna immagine tv</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Campagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2019 12:49:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PALLONI GONFIATI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Farsa tra le due Corea, zero spettatori e nessuna immagine da trasmettere. Ha senso giocare una partita di calcio e non avere sugli spalti nessun spettatore? Per qualcuno sì. E la Fifa avalla questo sistema. Lo sport deve essere da sempre unione e fusione, sin dai tempi remoti delle Olimpiadi, dove i greci si sfidavano,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Farsa tra le due Corea, zero spettatori e nessuna immagine da trasmettere.</p>
<p>Ha senso giocare una partita di calcio e non avere sugli spalti nessun spettatore? Per qualcuno sì. E la Fifa avalla questo sistema. Lo sport deve essere da sempre unione e fusione, sin dai tempi remoti delle Olimpiadi, dove i greci si sfidavano, interrompendo guerre e scaramucce assortite per dimostrare la superiorità atletica. Per la Corea del Nord non è così, soprattutto quando si sfidano i cuginastri della Corea del Sud. Certo, la Corea del Nord di Kim Jong-un sembra un altrove, uno Stato situato in una dimensione surreale, irreale e fantasy. Purtroppo, per i coreani del nord, è vita reale. L’unica cosa da invidiare al dittatore coreano, hanno detto Peppino e Salvatore, i due arzilli esperti di sport del Caffè Borghetti, è il taglio del barbiere.</p>
<p>Ma veniamo al dunque. C’è in ballo la qualificazione ai Mondiali del Qatar 2022 e si gioca il 15 ottobre nel girone asiatico il match tra Corea del Nord e Corea del Sud a Pyongyang, nessun mass media ammesso, nessuna diretta, zero spettatori, se non pochi eletti, tra cui il numero uno della Fifa Gianni Infantino. Insomma, non esistono immagini per trasmettere ai posteri la vicenda pallonara tra i due cugini divisi dal 38° parallelo. L’obiettivo era non diffondere al mondo intero l’ipotetica e sconveniente sconfitta della nazionale di casa, salvaguardando così l’onore patriottico di uno Stato che pare appena uscito da un romanzo distopico. Il salto temporale è grosso, sembra di essere tornati ai tempi della cortina di ferro, quando talvolta venivano trasmesse le partite in differita di qualche giorno, tant’è che anche il match contro il Libano è stato mandato in onda il giorno dopo, solo e proprio perché la squadra coreana aveva vinto 2-0.  Pensate, ai tempi del web, del giornalismo partecipativo e della condivisione social chi voleva sapere il risultato doveva collegarsi sul sto ufficiale della Fifa, ma solo per leggere sulla schermata le notizie salienti, tipo gol ed espulsioni. Insomma, hanno sbottato Peppino e Salvatore: che senso ha giocare una partita a porte chiuse, per non far sapere il risultato? Bella domanda. Il calcio resta invece un grande veicolo di volontà politiche, perché è il mezzo più potente al mondo per comunicare.</p>
<p>Peppino e Salvatore al Caffè Borghetti hanno ricordato altre partite simbolo del bizzarro ed emblema del grottesco. La partita spareggio per accedere ai Mondiali 74 in Germania Ovest tra Cile e Urss. Siamo nel periodo della Guerra Fredda e a Mosca va in scena il match d’andata tra la squadra tifata da Breznev, vessillo del Comunismo nel mondo, e il Cile del dittatore militare Pinochet. Termina 0-0, ma non esistono immagini perché la classe politica sovietica vietò ogni ripresa televisiva, furono elargiti col contagocce gli accrediti stampa ma centomila ‘fortunati’ spettatori almeno poterono assistere alla partita. Il ritorno è previsto a Santiago, nello stadio Nacional, teatro di deportati e fucilazioni per chi ancora sosteneva il decaduto presidente Allende ed era fiero oppositore dell’usurpatore Pinochet, appoggiato dalla Cia nello svolgimento del Piano Condor, attuato per soffocare aspirazioni socialiste e comuniste in America Latina. La squadra sovietica non si presenta, per protestare contro la politica liberticida del dittatore cileno. Il Cremlino diede ordine alla squadra della stella Blokhin di non presentarsi, ma la Fifa dispose di giocare lo stesso pur nell’assenza degli avversari: così sugli spalti semivuoti si assistette alla farsa del fischio d’inizio, dei passaggi della squadra cilena fino al gol in una porta difesa dai fantasmi. Ma Salvatore e Peppino hanno promesso agli avventori del bar di raccontarla con maggiore dovizia di particolari.</p>
<p>Ancora: altro match surreale, quello dell’Altra Finale, organizzata dal regista olandese Johan Kramer, lo stesso giorno in cui si disputava la finale della Coppa del mondo di Corea 2006 tra Brasile e Germania. Deluso per la mancata qualificazione degli Oranje, il regista organizzò il match tra le ultime squadre del raking Fifa, il Bhutan e il Montserrat, per celebrare una festa sportiva senza precedenti.</p>
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