mercoledì 30 Dicembre 2020
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Eden V, la nave dei veleni nel paradiso del Gargano

Se ne sta lì. Spiaggiata. Come un delfino che resta impigliato nelle reti dei pescatori, che si libera a fatica e poi sfinito va a morire sulla spiaggia. La Eden V se ne sta lì, col resto del suo scheletro, spolpata, arrugginita, emblema di un’Italia che ha più segreti dei misteri –senza risposta- che conosciamo. La carcassa della Eden V appartiene alla tappezzeria della macchia mediterranea della Marina di Lesina, località turistica di un centro che dal punto di vista ambientale dovrebbe suscitare solo invidie: immersa nel verde, Lesina sorge sul lago salmastro omonimo mentre la Marina, qualche chilometro più in là, domina quel tratto del Gargano. È una vacanza selvaggia, ma la genuinità della tavola è vidimata dalla carne dell’anguilla e da un’insalata paludosa come la salicornia.
La storia della Edev V affonda (è il caso di dirlo) le proprie radici a Lesina nel dicembre 1988, quando spiaggia su quel lembo di mare, restandoci per tutti questi lunghi anni, a dispetto del pericolo della sua ferraglia e del suo misterioso carico finito chissà dove. Credi che siano storie che non possono appartenere a un Paese occidentale, culturalmente elevato, che si fregia della griffe di sedersi al banchetto dei Grandi del mondo. E invece sono quelle storture che appartengono a un Paese che viaggia a diverse velocità, che adotta la strategia dello struzzo per risolvere le problematiche annose e che, soprattutto, certifica la presenza di un altro Stato.
A Lesina ti calamita la passione per le storie irrisolte e torbide, fulcro di una trama romanzesca che vedrà presto l’alba. Non ti capaciti che un’accozzaglia drammatica se ne stia lì, non come monito ma come testimonianza dell’incuria e dell’inciviltà di un Paese che crede che nominare un atto governativo con un inglesismo possa risolvere le questioni occupazionali. Ti ci avventuri in un sabato di novembre, col sole tiepido e un alito di Scirocco che ti accompagna, ti lasci il bosco di pini alle spalle e abbracci un sentiero disegnato dalle tane delle lepri, sei scortato da cespugli di corbezzolo, mirto, rosmarino, timo e salvia fino a quando tra la sabbia chiarissima e un mare dalle acque celesti scorgi quel cargo di oltre tremila tonnellate ormai disossato che sfregia quel microcosmo. Tutt’attorno rifiuti di ogni genere sputati dal mare o abbandonati volontariamente da bipedi umani.

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