mercoledì 30 Dicembre 2020
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L’infernale maratona di Doha ricorda le imprese di Dorando e Schiess

Più che una maratona è stata una via crucis. La 42km e spicci ai Mondiali d’atletica di Doha ha fatto registrare un imbarazzante primato: ritiri, svenimenti, cambio d’orario e prestazioni lente. Benvenuti in Qatar, dove fra 3 anni si disputeranno i Mondiali di calcio (a novembre!).

Ma andiamo con ordine. Ero al Caffè Borghetti e ho ascoltato Peppino & Salvatore, confermando che la vecchia saggezza da osteria italiota è ancora valida, supera anche le intelligenze e le sensibilità (?) di chi governa. I due pensionati amanti dello sport descrivevano l’inferno ambientale in cui le atlete dovevano gareggiare, quasi 33 gradi e un’umidità superiore al 73%. “Sì, ma le donne sono partite per gareggiare alle 23:59, cioè alle 22:59 ora italiana” ha cinguettato la barista. Peppino & Salvatore l’hanno sbirciata con fredda sufficienza e poi hanno indicato le immagini che ritraevano le atlete in sedia a rotelle, in barella, o quelle in piedi a elemosinare l’aiuto delle ambulanze, o chi mentre corricchiava pregava per un po’ di ghiaccio, lo spugnaggio o una bottiglietta d’acqua in più. L’azzurra Sara Dossena è stata diretta: “Non si respirava”, tanto che manco il pubblico c’era.

Dulcis in fundo, ha vinto Ruth Chepngetich, kenyota, con 2:32’43”, vale a dire il tempo più lento della storia nei campionati iridati.

In verità, più che una maratona, la gara ha ricordato una competizione stile ‘Non si uccidono così anche i cavalli?’, una pellicola di Sidney Pollack del 1969 in cui si ricorda quel gioco crudele a eliminazione diretta che erano le gare di ballo durante gli anni della Grande depressione. Della serie ne resterà uno solo, anticipando anche il film ‘Highlander’.

La barista ha ricordato invece Gabriela Schiess, la maratoneta svizzera che alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 entrò per l’ultimo giro di pista colpita da un’insolazione e disidratata, fu scortata da medici e paramedici lì pronti per intervenire, ma furono sfanculati dalla stessa atleta perché non voleva incappare in una squalifica che Dorando Pietri ancora si ricorda.

E già, Dorando Pietri. Ve lo ricordate? “Quello che diventò famoso perché non aveva vinto, nevvero?” intervenne ancora la barista. Già, masticò fiele Salvatore. Sono le Olimpiadi di Londra 1908, mancano due km all’arrivo quando l’emiliano Pietri perde lucidità, esausto e disidratato, arriva allo stadio per il giro finale ma sbaglia strada, rimesso sulla retta via planò a terra, ma si rialzò con l’aiuto dei giudici a soli 200 metri dal traguardo. Gli oltre 75mila spettatori lo incitavano a non mollare, così anche i medici parteciparono a quella spinta collettiva verso il traguardo, sebbene l’atleta cadde altre quattro volte, impiegando per coprire gli ultimi 500 metri ben 10 minuti. Poi, lo statunitense Johnny Hayes, arrivato secondo, presentò ricorso, che fu accolto, squalificando Pietri. Amen.

“E chi ha vinto la maratona di Doha è stata squalificata?” ha sollevato obiezioni Peppino, un po’ disorientato. Ha risposto Salvatore: “No, l’idea è di squalificare chi ha deciso di organizzare i Mondiali in Qatar”. Ma questa è un’altra storia.

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